Mike e i bambini di Sant'Ermete

mike 1Quando Mike arrivò a Rimini, la nonna di Sofia avrà avuto sì e no 25 anni. La sua gonna a pieghe e la sua camicia a quadrettini facevano girare la testa a qualunque essere umano di genere maschile con l’ormone affilato e più di un desiderio nascosto sotto i pantaloni a zampa di elefante. 

Il babbo di Filippo invece era appena venuto al mondo, e sgambettava felice e traballante nel giardino di casa attorno alla nuova Fiat 128 dello zio. Alla radio, i Cugini di Campagna surclassavano i Pink Floyd, Lucio Battisti annientava il Prog rock dei Genesis: altro che Fedez e Despacito. 

Era il 1973, e i primi birri riminesi bighellonavano sul lungomare in cerca di tedesche, ciuffo ingenuo sulla fronte, gnagna scura sciolta sulle spalle, tentativi miserabili ma inspiegabilmente vincenti di attaccare bottone in una lingua che non fosse il loro strascicato dialetto.

Quando Mike mise piede a Rimini per la prima volta, una parvenza di grande sport in città non si era ancora mai vista: c’era la squadra di calcio che vivacchiava di speranze in terza serie, la pallacanestro che era appena sbarcata in serie B in attesa di inventarsi un progetto, e il baseball che, a parte pochi invasati, nessuno sapeva neanche se si giocasse in palestra, a cavallo o in riva al mare.

Il nome di Mike iniziò a diventare popolare sotto l’Arco di Augusto qualche anno dopo, quando Rino Zangheri, fulminato da quella improvvisa passione che di solito trasforma un uomo tranquillo in un pioniere visionario, gli costruì attorno la prima squadra vincente della storia dello sport riminese.

Fu subito un maremoto: di lì a breve tutti i ragazzini giocavano a baseball nei parchi pubblici rischiando di impallinare le vecchiette in bici, e battevano duro in mezzo alla strada usando le gambe del tavolino di ciliegio della cucina al posto della mazza vera. Allo stadio si doveva arrivare alla partita due ore prima per avere un posto decente: il babbo di Filippo era uno dei bambini fortunati a cui la società ogni tanto allungava un biglietto omaggio durante i frequenti giri promozionali nelle scuole. Quel giorno sui gradoni di Via Monaco quel ragazzino vide la luce: un tipo strano col baffo spiovente tirava fulmini dal monte di lancio; per gli avversari nessuna speranza di colpire quella maledetta palla. Qualcuno lo chiamava “il Baffo”, qualcun altro “Mike Palla di Fuoco”, ma sotto il berretto c’era sempre lui: occhio vispo, grinta, velocità di esecuzione, sorrisetto beffardo. Se in quegli anni a Rimini il baseball era il far-west, beh, allora Mike ne era di sicuro lo sceriffo. Il baffo alla Van Cleef era compreso, la stella sul petto arrivò qualche anno dopo.

Aprile 2018. Sofia e Filippo frequentano la terza elementare della scuola di Sant’Ermete. Durante gli ultimi due mesi l’ora di ginnastica è diventata più divertente: dopo il noioso progetto del tiro alla fune e le barbose uscite in giardino a coltivare l’orto della scuola, finalmente sono arrivati un paio di personaggi strani che si fanno trovare in palestra ogni giovedì, e fanno dimenticare ai ragazzi la tristezza delle ore di grammatica, o la pallosa verifica di geografia. Il loro segreto? Quel giochino strano fatto di bastoni e palline rimbalzanti. 

Uno dei due è alto e un po’ dinoccolato, ha la faccia burbera e la barba da profeta, ma ha quella magia che ai bambini arriva dritta al bersaglio. Se c’è qualcuno che può convincere un pigro ragazzino di otto anni ad alzare il culo dalla playstation per andare a correre dietro ad una pallina, questo è proprio Simone. 

L’altro viene da New York o giù di lì, un po’ più tarchiato, ha il solito occhio vispo sul viso abbronzato, occhiali demodé, baffo spiovente sale e pepe, sorrisetto beffardo. In questi ultimi due mesi, anche la maestra ha imparato a conoscerlo: scambiare due parole con lui è sempre divertente, puoi scommetterci che prima o poi ti strapperà un sorriso anche se quel giorno più che la pallina vorresti prendere a bastonate la suocera o magari la tua vita. 

Mi piace pensare che in uno di quei giorni, la maestra abbia pensato di chiedere a Mike di raccontarle delle sue tante vittorie, della Nazionale, delle Olimpiadi, dell’America. E che, presa dalla stessa follia che colse Rino negli anni ’70, abbia poi spiegato ai bambini che quello strano signore un po’ cicciottello e che parla in modo strampalato è stato uno dei più grandi giocatori della storia del baseball italiano ed europeo. 

Oggi alla scuola elementare di Sant’Ermete, classe terza B, la maestra ha organizzato una mostra: ha appeso alle pareti i disegni che i bambini hanno fatto di quel signore coi baffi. Sofia l’ha disegnato vestito di rosso, mentre, lì di fianco a lei, le spiega gentile come girare quel bastone; Edo l’ha disegnato mentre, in mezzo a lui e al suo amico, colpisce una pallina dal Tee-ball per farli giocare e divertire assieme; Filippo ha fatto un bel primo piano di Mike, e sul bel berretto blu ha anche scritto il suo nome.

Tutti e tre, e a guardarci bene anche gli altri, l’hanno disegnato di fianco a loro, con dei bei vestiti sportivi e dai colori sgargianti, con i baffi spioventi e, sotto ai baffi, con un bellissimo sorriso.

Mike 10

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Mike 12

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Mike 2

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